Negli scorsi sei mesi, oltre 9000 casi di vaiolo delle scimmie (Monkeypox) sono stati riportati in tutto il mondo, in paesi nei quali la malattia non è endemica. I primi casi sono stati descritti nel Regno Unito, in Portogallo e in Spagna a carico di maschi che avevano avuto rapporti sessuali con altri maschi. La malattia si è propagata in molti altri stati e c’è la preoccupazione che possa diffondersi nei gruppi di popolazione più vulnerabili, in particolare gli immunodepressi e i bambini.

Il punto sul vaiolo delle scimmie

Eruzione cutanea in un maschio bianco affetto da Monkeypox. Photo by The Focal Project from FLICKR (https://www.flickr.com/photos/192004829@N02/52165373114) Attribution-NonCommercial 2.0 Generic (CC BY-NC 2.0)

 

Il vaiolo delle scimmie è una zoonosi emergente, cioè un’infezione degli animali che, occasionalmente, può trasmettersi all’uomo. La sua causa è un virus, che porta lo stesso nome della malattia e che appartiene al gruppo di cui fanno parte anche il vaiolo umano ed il vaiolo vaccino.

Venne scoperto nel 1958 in alcune scimmie da esperimento (da qui il nome) ed il primo caso umano fu descritto nel 1970 in Repubblica Democratica del Congo; da allora casi sporadici sono stati riportati nello stesso ed in alcuni altri paesi dell’Africa centrale ed orientale, nonché in paesi lontani (Stati Uniti, Israele o Regno Unito) come casi di importazione. Si trasmette principalmente attraverso contatto stretto con persone o animali infetti oppure con loro campioni biologici comprese gocciole respiratorie. I sintomi iniziali comprendono febbre, brividi, dolori muscolari, cefalea, facile faticabilità e linfoadenomegalia.

Da uno a cinque giorni dopo i sintomi prodromici, compaiono le lesioni muco-cutanee, solitamente a carico della mucosa orale o genitale, che poi si estendono alle altre parti del corpo, comprese le palme delle mani e le piante dei piedi. Queste lesioni passano per fasi differenti, fino a diventare pustole ed infine seccarsi in croste che si staccano. Dei due ceppi di virus conosciuti, quello del bacino del Congo (con una mortalità del 10% circa) e quello occidentale (con una mortalità di circa l’1%), fortunatamente i casi descritti appartengono a quest’ultimo e quindi, finora, si è assistito sostanzialmente a malattie autolimitantisi.

Esistono alcuni farmaci antivirali approvati per l’uso nella terapia dell’infezione da Monkeypox, tuttavia il presidio più importante resta ancora una volta la vaccinazione preventiva. Coloro che da bambini erano stati vaccinati contro il vaiolo umano (prima della sospensione del programma vaccinale per eradicazione della malattia) risulterebbero protetti contro quello delle scimmie per l’85%. Il problema, ovviamente, è rappresentato da tutta quella porzione di popolazione nata a partire dalla seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso, costituita da soggetti completamente non vaccinati.

Esiste un vaccino approvato dall’FDA americana per la prevenzione sia del vaiolo umano sia di quello delle scimmie, ma non è ancora approvato in Europa, dove invece esiste un vaccino antivaioloso, non approvato formalmente per il Monkeypox. In entrambi i casi, tuttavia, si tratta di vaccini non disponibili negli ambulatori vaccinali, ma solo come scorte a livello nazionale, da impiegare esclusivamente in determinate categorie di persone.

Al momento, infatti, quella da Monkeypox non è considerata un’emergenza sanitaria di portata internazionale e non vi è alcuna indicazione da parte degli organismi sovrannazionali (es WHO) né in merito a restrizioni di viaggio né alla vaccinazione dei viaggiatori internazionali.

L’epidemia di vaiolo delle scimmie cui stiamo assistendo rappresenta l’ennesimo episodio di malattia infettiva che ha oltrepassato i confini degli stati, così come sono stati tracciati dagli uomini nel corso della storia. Ancora una volta i viaggiatori si rivelano vere e proprie “sentinelle” degli spostamenti delle malattie infettive sul nostro pianeta. Per questo motivo si intravvede sempre più la necessità di implementare i servizi dedicati ai viaggiatori, soprattutto in un’ottica di sanità pubblica.